Anna e Vincenzo: la magia dell'amore
32 Prefazione Anna Pesenti – che Vincenzo Buonassisi, suo marito, chiama principessa – tiene gelosamente per sé il più regale dei privilegi: quello d’essere l’ispiratrice di un poeta non solo inatteso, ma anche , all’apparenza, anomalo. L’incongruità sta nel fatto che un guru storico, ancora tutto dedito alla sua grande cucina – lui ancora più grande di quello stesso amore – scrive poesie non di maniera, né di imitazione e men che meno, per dir così, di semplice abbandono: in realtà scrive versi privi, insieme, di sovrastrutture e ingenuità, facendo di essi non l’esercizio di un talento, magari per aggiungersi un’altra gratificazione, ma una forma espressiva a lungo accudita e affinata; forse non tutta omogenea per nettezza ispirativa e di stile, ma esente dalle ridondanti pretese che segnano le prove incerte e fin troppo fiduciose. Vincenzo Buonassisi – specie in un mannello di poesie autografiche, che Arbasino assegnerebbe, come chiave di lettura, alla “narrativa della memoria” – è un poeta con radici non nella sentimentalità, per intenderci, di un diario giovanile ancora tenero, lenitivo, ma in un mondo come snaturato, un universo quasi esotico, tanto si muove nel segno di leggi al tempo stesso mercuriali e immote, trasversali e diritte, indefettibili e arcane. Una sorpresa, insomma, comunque la si guardi; credo la stessa, allora, dei suoi amici prediletti: Montale e Buzzati. Buonassisi parla di sé immerso dentro turbini universali, malignità cosmiche, dolorose assenze di Dio e avvisi tremendi di ciò che “precipita e si disfa”. Nei suoi versi, che in genere procedono con il respiro calmo della normalità, c’è uno strappo improvviso, una fuga repentina in qualcosa che ritratta ogni idea di compiutezza e di felicità. In essi rivela
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